-Tutta farina del nostro sacco se non diversamente specificato -

IL TANGO DELLE SARDINE

Ovvero della difficile arte di ritrovare le pantofole

Il tango delle sardine

Tre anni fa, più o meno, le sardine iniziavano a danzare. 

In un triste giorno di neve e freddo, uscirono dalla loro bella e confortevole scatola di latta, fecero colazione in un posto triste con le luci al neon e i tavoli verde pallido, poi si salutarono.

Non fu un bel giorno quello, benché avessero da tempo deciso di iniziare a muoversi da sole, non erano ancora pronte a farlo. Forse non lo sarebbero mai state. Tuttavia, sperdute, fecero l’unica cosa che potessero fare in quel momento: girare. Cominciò così la loro danza sgraziata e faticosa, una danza senza musica e senza tempo, rumorosa nei suoi passi fuori posto. 

Dovette passare molto tempo prima che le loro figure riuscissero a rimettersi in piedi e a ritrovare un equilibrio. Pian piano i loro giri si fecero sempre più stabili e più veloci e le due sardine si allontanarono sempre di più, cambiando posto decine di volte. Non era il desiderio di una nuova scatola a spingerle lontano, piuttosto la necessità di rimanere in piedi, sorrette dalla loro stessa spinta.

Sono trascorsi quasi tre anni da quella gelida mattina, le sardine continuano a danzare, ma ormai lo fanno con grazia, senza sforzi e ogni tanto capita addirittura che si fermino: quelle volte si danno appuntamento in un posto accogliente, ordinano un bicchiere di vino bianco e lasciano finalmente che sia il mondo a danzare silenzioso intorno a loro.

Working

Sleeping

LE SCARPE ROTTE - di Natalia Ginzburg

Io ho le scarpe rotte e l’amica con la quale vivo in questo momento ha le scarpe rotte anche lei. Stando insieme parliamo spesso di scarpe. Se le parlo del tempo in cui sarò una vecchia scrittrice famosa, lei subito mi chiede: «Che scarpe avrai?» Allora le dico che avrò delle scarpe di camoscio verde, con una gran fibbia d’oro da un lato. 

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“[…] bisognerebbe che si potesse amare tutto d’una persona, l’esofago e il fegato e gl’intestini. Forse non li amiamo per mancanza d’abitudine, se li vedessimo come si vedono le mani e le braccia forse li ameremmo; dunque le stelle marine si amano tra loro meglio di noi; si distendono sulla spiaggia quando c’è il sole e tiran fuori lo stomaco per fargli prendere aria e tutti possono vederlo; chissà da dove potremmo tirar fuori il nostro, forse dall’ombelico. […]”

—   

Intimità (Il muro) - J.P. Sartre

(in memoria di una vescica portatile)

trovami un’osteria degna della definizione in quel paesino con il nome buffo, abbiamo un sacco di amari arretrati da recuperare
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Panico e Sveglia

Panico e Sveglia

Mmmm abbiamo scoperto che postare come testo non e’ una gran furbata…

Mmmm abbiamo scoperto che postare come testo non e’ una gran furbata…

Tarzan, Mastro Lindo e il Quarto di Secolo

Tra pochi giorni saranno passati 26 anni dal mio primo e unico tentativo di suicidio. 

Non ci sono fonti attendibili per una ricostruzione oggettiva dei fatti ma pare abbia cercato di impiccarmi con il cordone ombelicale. Alcune fonti sostengono sia stato un atto Schopenhaueriano di rifiuto della volontà e del meccanismo riproduttivo della specie, alcuni suggeriscono un disperato e alquanto estremistico tentativo di sottrarmi al cambiamento climatico, altre voci (quelle dei malpensanti) dicono avessi sviluppato una forte dipendenza da liquido amniotico e che fossi fuori come un balcone al momento della tentata impiccagione. La mia memoria è molto confusa a riguardo, ma sospetto stessi cercando di impressionare la sala parto con un’entrata in scena alla Tarzan che è però andata male. Sarebbe molto più nel mio stile. Ma comunque preferisco la versione Schopenhaueriana.

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Haerbin, Gennaio 2014, -25°C

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